Translate

Visualizzazione post con etichetta taranto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta taranto. Mostra tutti i post

sabato 10 ottobre 2015

TARANTO E LA MAGNA GRECIA NEL MUSEO MARrTA


Taranto ha conosciuto il suo periodo di massimo splendore nel periodo della Magna Grecia. 
Fu fondata dagli Spartani nell'VIII secolo a.C. e la cronologia tradizionale assegna la data di fondazione al 706 a.c.
Le fonti tramandate dallo storico Eusebio di Cesarea, parlano del trasferimento di alcuni coloni Spartani in questa zona per necessità di espansione o per questioni commerciali. Questi, distruggendo l'abitato indigeno, portarono una nuova linfa di civiltà e di tradizioni. La struttura sociale della colonia sviluppò nel tempo una vera e propria cultura aristocratica, la cui ricchezza proveniva, probabilmente, dallo sfruttamento delle risorse del fertile territorio circostante, che venne popolato e difeso da una serie di "phrouria", piccoli centri fortificati in posizione strategica.
I reperti di quel fiorente periodo storico, una delle più grandi collezioni di manufatti dell'epoca della Magna Grecia sono conservati nel Museo Nazionale Archeologico di Taranto (MArTA).
I reperti della sezione greco-romana sono sistemati in base alla tipologia dei materiali: sculture in marmo, tombe monumentali, sculture in pietra tenera, ceramiche delle necropoli, oreficerie.
Due sale sono dedicate alle sculture in marmo risalenti all'età ellenistica, tra cui figurano statue realizzate con il marmo bianco proveniente dalle cave dell'Isola di Paros; vi sono poi opere minori, alcune delle quali sono copie di originali famosi.
Un'altra sala espone sculture, mosaici ed epigrafi provenienti da edifici pubblici e privati, tra cui figurano le teste in pietra di carparo risalenti al periodo romano.
Il Museo Nazionale Archeologico di Taranto è fra i più importanti d'Italia e fu istituito nel 1887.
Attualmente è visitabile il primo piano che ospita le collezioni greche, romane e apule, tra cui alcuni degli ori che hanno reso celebre il Museo in tutto il mondo.













martedì 5 maggio 2015

INVASIONI DIGITALI A TARANTO



Giovedì 30 Aprile, la città vecchia di Taranto è stata letteralmente invasa dagli amanti della tecnologia e del digitale. Un folto gruppo di persone ha impugnato le armi del web: smartphone, tablet, macchine digitali e chi più ne ha più ne metta, per fotografare e diffondere sui social network i luoghi di interesse dell’invasione.
Taranto vecchia, il borgo antico della città, abbandonato e sconosciuto ai più, ha regalato tesori nascosti e luoghi di interesse culturale sorprendente. Io ho preso parte all’invasione: ho fotografato quelli scorci nascosti di una Taranto dimenticata, pezzi di storia lasciati a sé stessi come la popolazione che ancora la abita, conservando abitudini e modus vivendi del passato. 
“Invasioni digitali” è un progetto rivolto a diffondere la cultura digitale e l’utilizzo degli open data, formare e sensibilizzare le istituzioni all’utilizzo del web e dei social media per la realizzazione di progetti innovativi rivolti alla co-creazione di valore culturale oltre che alla promozione e diffusione della cultura su tutto lo stivale.
Dopo l’appuntamento in città vecchia, una guida volontaria ha raccontato tutti i segreti, i particolari del borgo antico della città, il borgo dei pescatori: in alcune vie sono ancora presenti le reti e le conchiglie dei pescatori.
Abbiamo visitato un palazzo a tre piani con un ipogeo che giovani artisti hanno deciso di acquistare e ristrutturare per viverci e convivere con le loro mostre artistiche permanenti, portando anche a Taranto il Coworking, uno spazio di collaborazione dove chiunque voglia, può affitare il suo spazio per lavorare e progettare: Coworking Ulmo. Abbiamo visitato il duomo San Cataldo, la chiesa di San Domenico, chiesa e convento di S.Agostino, chiesa di Sant’Andrea degli Armeni, e una miriade di altri luoghi.


Cappellone Chiesa S.Cataldo


Scorcio Taranto vecchia


Mostra artistica ipogeo Ulmo


Duomo S.Domenico


S.Cataldo

venerdì 17 aprile 2015

QUARTIERE DELLE CERAMICHE DI GROTTAGLIE

Un misto di forme e colori attirano lo sguardo appena si percorrono le viuzze costellate da botteghe nel quartiere delle ceramiche di Grottaglie.
Botteghe che hanno il sapore di storia, di arte e di Puglia: un marchio ormai inconfondibile e riconosciuto in tutto il mondo. Il Quartiere delle Ceramiche sorge lungo la Gravina di San Giorgio, ai piedi del medievale Castello Episcopio. La caratteristica che rende unico questo Quartiere, risiede nell’insieme delle numerose botteghe artigiane nelle quali, sin dal Medioevo, si lavora e si produce la ceramica.
Le numerose botteghe sono testimonianza della struttura rupestre del territorio, perché ognuna di loro era scavata nella roccia in alcune delle quali si conservano ancora antiche fornaci; in ciascuna bottega è possibile osservare le diverse fasi di lavorazione dell’oggetto ceramico e, contemporaneamente, acquistare il prodotto finito. 
La tradizione della lavorazione della ceramica parte da tempi lontanissimi: risalgono infatti al medioevo i primi manufatti ritrovati e, salvo qualche intermezzo storico, in cui la città di Grottaglie è stata evacuata, la produzione si è protratta fino ad oggi.
Un posto di rilievo occupa la produzione del cosiddetto Pumo, oggetto portafortuna, simbolo di prosperità che adorna balconi ed abitazioni nel segno della speranza e della buona sorte, oggetto molto richiesto, tanto da essere scelto come bomboniera di matrimonio della figlia del magnate dell’acciaio indiano, Pramod Agarwal, col particolare dello sfarzo: ogni pumo è stato completamente placcato in oro.
Non manca una produzione più contemporanea che segue tendenze più attuali volte a soddisfare un pubblico più ampio.






sabato 28 marzo 2015

COME PROTEGGERCI DALL'INQUINAMENTO CON L'ALIMENTAZIONE


Ciao a tutti,
scusate l'assenza ma adesso speriamo di rimetterci in riga.
Che interazione ci può essere tra le patologie legate all'inquinamento e l'alimentazione?
Qui di seguito posto uno spezzone di intervista che io stesso ho fatto ad Orazio, l'altro admin di questo blog, che continuerà nel link della rivista che lo ha pubblicato
Buona lettura:
Come ormai noto e più volte risentito, Taranto e provincia sono martoriati dal fardello dell’inquinamento ambientale. Augurandoci che gli investimenti per le bonifiche ambientali e l’abbassamento delle emissioni inquinanti portino a breve miglioramenti, ecco di seguito degli accorgimenti e dei consigli per proteggerci con l’alimentazione dai pericoli dell’ambiente.
Un giovane biologo nutrizionista grottagliese, Orazio Motolese, classe 1984, esperto in Biologia alimentare, risponde ad alcuni quesiti consigliando di valutare sempre al meglio ciò che introduciamo nel nostro organismo ed avvalorando la tesi che le patologie esistenti nel nostro territorio non sono soltanto correlate alle emissioni inquinanti ma anche, talvolta, ad uno scarso interesse verso il cibo che scegliamo. Seguendo dei piccoli consigli possiamo aumentare le nostre difese naturali e fronteggiare le aggressioni ambientali nel migliore dei modi.
L'intervista completa la trovate quì.

lunedì 18 marzo 2013

Invaso Pappadai e scorci di masseria



Ci sono posti in grado di donare un senso di armonia con il mondo intero.
Quì nella nostra terra ce ne son tanti, spesso abbandonati, poco conosciuti e avvolti da un disarmante silenzio.
Oggi ve ne mostro uno: un posto dove l'uomo è intervenuto sulla natura con prepotenza per offrire un servizio in più, tramite finanziamenti pubblici, una diga artificiale. Quel luogo è l’invaso Pappadai, la più grande opera pubblica del mezzogiorno del dopoguerra, completamente abbandonata a sé stessa e mai utilizzata per lo scopo della sua progettazione.
La grande diga Pappadai, sorge sull’incrocio della strada provinciale Grottaglie- San Marzano- Fragagnano- Carosino, nel territorio di Monteparano. Il nome deriva dalla fam. Pappadà, che fu tra le famiglie feudatarie della zona.
Il bacino idrico è stato progettato per contenere 20 milioni di metri cubi d’acqua che sarebbero dovuti essere prelevati in Basilicata. Sono stati spesi circa 250 milioni di euro di denaro pubblico. Soldi di contribuenti sprecati per un’opera mai utilizzata.
Doveva servire ad irrigare 7.200 ettari di terra del Salento e del tarantino, che però di acqua non ne hanno visto. 
I lavori, di quello che doveva diventare un sistema per l’irrigazione di un vasto territorio del Salento e del Tarantino, iniziarono nel 1984. Quello che però mancò all’invaso Pappadai fu un elemento indispensabile: non si trovò mai l’acqua con cui riempirlo. Quando i lavori vennero affidati al consorzio di bonifica dell’Arneo di Nardò, non si era ancora deciso da dove sarebbe arrivata l’acqua.
Attraverso un impianto di tubature si sarebbero dovute irrigare circa 7.200 ettari di campagne nelle zone di San Pancrazio, Salice, Guagnano, San Donaci, Nardò e Veglie. 
L’ipotesi che si era fatta strada era quella di farla arrivare da un invaso sul monte Cotugno nella vicina Basilicata ma gli accordi che regolavano le concessioni d’acqua tra le due Regioni, sottoscritti nel 1999 e validi fino al 2015, non contemplavano questa possibilità. 
In mancanza di alternativa, l’invaso Pappadai non trovò mai una fonte d’acqua che potesse farlo funzionare correttamente. 
Oltre all’irreparabile spreco di denaro pubblico che la costruzione dell’invaso ha comportato, bisogna considerare quello ambientale: la diga è facilmente esposta all’inciviltà umana, non essendo abbastanza vigilato. Capita spesso di imbattersi in rifiuti di varia entità.
Di contro, la natura si è ripresa ciò che è stato suo ed ha donato al luogo una fauna ed una flora del tutto caratteristiche.
Attraversando la via che costeggia l’invaso, ad occhi inesperti, potrebbe apparire come un lago naturale. 
Frontalmente ho scovato una piccola masseria abbandonata, che rende il posto ancora più suggestivo. 












                                                                                                                                                  
                                                                                                                                                                        Ph. by Antonella Nitto